Pubblicato da: Valerio | 27 febbraio 2010

NUOVO BLOG!!!

HO RINNOVATO PROFONDAMENTE IL MIO BLOG. CAMBIATO INDIRIZZO. CAMBIATO TUTTO. PER ACCEDERE AL NUOVO BLOG DIGITATE:

Pubblicato da: Valerio | 13 febbraio 2010

Titolo da decidere. PRIMA PUNTATA

Con molta ansia e preoccupazione ve lo propongo. Chiedo scusa per la mancanza del titolo. Ma non essendoci ancora storia completa, non mi sono sentito di rinchiudere un milione di idee in qualche parola. Stessa cosa vale per l’immagine. Come promesso in “Puntate Spuntate” (post precedente) ha inizio la mia prima storia.  Non un racconto infatti, stavolta è qualcosa di più articolato. Proprio per questo non aggiungo altro e lascio la scena al nostro Ciccio, con la speranza che possiate volergli bene come glielo sto volendo io.

Buona lettura, buone avventure.


PRIMA PUNTATA

Per l’ennesima volta con un tuffo, si appropriava di poltrona e telecomando.
I cigolii ormai più che rumori erano diventati veri e propri lamenti che ricordavano vagamente gatti notturni in lontananza.
La TV era talmente radicata in lui, che sembrava non potesse più farne a meno. Eppure lei ci provava in tutti i modi a non farsi guardare. A volte con interferenze. Altre volte provava con antipatici cali di colori. Aveva anche messo in atto la classica tecnica del “non c’è niente da vedere” mandando in onda solo programmi spazzatura.
Niente. Lui annoiato, magari anche incazzoso si limitava a invertire ruoli di spalliera e sedile, trovandosi spesso con le gambe all’aria e la testa che pendeva rovesciando soffitto e pavimento. Le sue dita, ormai molto simili a salsicciotti, alternavano zapping a patatine.
Fuori, un’altra bella giornata bruciava ignorata.
D’un tratto strizzò i suoi occhioni marroni. Vago, un raggio di sole aveva provato – osato – farsi notare entrando dentro il salone e riflettendosi sullo schermo acceso, dritto nei suoi cerchi marroni. Infastidito e obbligato, con l’atteggiamento di chi pensa “guarda cosa mi tocca fare”, rotolò dolcemente lasciandosi cadere sul pavimento, poggiando i suoi piedi impolverati per terra. Diventato quadrupede per qualche istante, con movimento deciso, si mise in piedi. Distratto dovette combattere contro la forza di gravità per non cadere sulle sue scarpe buttate davanti alla poltrona.
Poco più di cinque passi lo dividevano dalla finestra. Ma ad ogni movimento del piede uno sbuffo d’aria dalla sua bocca era come se moltiplicasse la distanza per cinque, sei, sette volte. I piedi trascinati come pattine, uno sbuffo a far compagnia ad uno sbadiglio e la mano destra, che con fare semi-deciso sollevò la maglietta raggiungendo la schiena. Una pigra grattatina routinaria (non che avesse prurito davvero) salutò il passaggio al tavolo da pranzo.
Sulla sinistra la TV continuava stanca a trasmettere. Finalmente il ragazzo raggiunse la corda e riuscì a tirar la serranda. Immediatamente la sala si spense di cielo e si illuminò di azzurro tv, quell’azzurro lampeggiante tipico delle finestre notturne. Le pareti si illuminavano a tempo di inquadrature e chiacchiere. Si guardò intorno con aria soddisfatta. Il viaggio di ritorno sarebbe stato senz’altro più piacevole. Nessun occhio strizzato a proteggersi dal sole, con in più, il traguardo che era senz’altro molto più bello di quello dell’andata. La poltrona. Nulla a che vedere con la fatica di dover tirar giù una serranda. Stava camminando addirittura sollevando i piedi.
Quando successe tutto in un istante.
Una fitta di dolore micidiale al mignolo del piede sinistro lo inchiodò, una delle sei sedie disposte ordinate saltò andando a sbattere contro la gamba del tavolino, un frastuono assurdo, accompagnato da un urlo lacerante, poi, istintivamente, cercò di afferrarsi il piede, con fare goffo tentò di non perdere l’equilibrio, in due giri saltellanti si ritrovò steso per terra ad osservare la curva nera dei faretti spenti disposti in una “S” semi-perfetta che, in altre occasioni, sarebbe servita ad illuminare l’ampia sala da pranzo.
La mano destra ancora teneva il piede sinistro, quando la stanza si illuminò di luce artificiale e sulla soglia della porta si materializzò una figura femminile gonfia di capelli: “Ciccio!” esclamò preoccupatissima la mamma. “Oh mio Dio! cosa è successo?”.
Di corsa attraversò mezzo salone fino al punto in cui suo figlio si trovava dolorante. Quasi con una scivolata si mise in ginocchio accanto a lui, due mani a coppa gli avvolsero immediatamente il facciotto tondeggiante “come ti senti? sei svenuto? ti gira la testa? Mi vedi?”.
Preoccupatissima iniziò a schiaffeggiarlo come a farlo riprendere da un malore. Neanche il tempo di rispondere almeno ad una delle mille domande, che sulla porta apparve suo padre. Un omone di circa un metro e ottanta sui novantacinque chili: “Ciccio ma vuoi stare attento?!” con un tono di voce di chi è più preoccupato dei propri mobili che del figlio “come cavolo hai fatto?!”
Preoccupazione inversa quella della donna: “Hai sbattuto la testa mentre svenivi? Caro, portiamolo all’ospedale!” Propose la mamma con la voce tremante come un filo di fumo, i bigodini ancora in testa e le mani sporche di un qualche prodotto chimico per capelli.
“Ma quale ospedale Daniela! ma non vedi che non si è fatto niente!?” esclamò adirato il padre, che ormai era abituato alle “goffagini” di Ciccio “piuttosto chiamiamo un falegname che qui, stavolta, ha scheggiato il tavolo nuovo di ciliegio!”.
“Sei sempre il solito! Tuo figlio rischia di farsi male e tu pensi sempre alle cose materiali!”.
“Ma che male e male!”esclamò lanciando la mano indietro verso l’orecchio, fece due passi e andò a controllare da  vicino la gamba del tavolo scheggiata.
Mentre sembrava che la discussione potesse prendere il via, una vocetta indecisa e dolorante si intromise tra i due: “S-Sto bene … Sono solo inciampato!” lasciando andare il piede dolorante.
Soltanto a quel punto i due si accorsero del mignolo arrossato.
Dal basso una vocina con tono da animale sacrificale: “Ho sbattuto a quella sedia maledetta e sono caduto. Niente ospedali né dottori. Sto bene, datemi solo un po’ di ghiaccio” disse tirando su il collo.
Con quello che parve sembrare uno sforzo disumano, accompagnato da un ‘mphhh’ che sembrava uscisse direttamente dalle fauci di un facocero piuttosto che da quelle di un bimbo di dieci anni, si mise in ginocchio e si tirò su.
“Sei sicuro Ciccio?” chiese la mamma ancora in terra e, ovviamente, ancora in stato d’allerta “non vuoi nient’altro?”
“No mamma, solo ghiaccio” mentre sistemava il puff vicino alla poltrona e tornava al posto di battaglia, “ghiaccio e un pezzo di torta alla cioccolata, per favore … e un po’ di panna grazie”.
“Ti porto anche un bicchiere d’acqua, così se ti viene sete non devi alzarti.” Propose con fare affermativo la donna, mentre osservava suo figlio che si accomodava con i piedi ben distesi. Lui la congedò con un gesto rapido della testa per mano ad un ‘mh-mh’.
In tutto questo la tv impassibile svolgeva il suo compito con perseveranza surreale. Nulla scalfiva il suo parsimonioso lavoro. Erano le cinque di pomeriggio di una giornata di metà luglio. Il climatizzatore posto sopra l’ingresso della sala, rinfrescava l’afa estiva rendendola brezza primaverile, la porta-finestra chiusa impediva a qualsiasi rumore di interrompere l’incantevole suono del dispositivo preferito del ragazzino.
Erano passate quasi due ore, sul tavolinetto davanti alla poltrona, un bicchiere di plastica vuoto ed un fazzoletto accartocciato dominavano la scena. Per terra alcune briciole chiamavano a raccolta quelle sulla poltrona e sulla pancia di Ciccio. Il dolore al piede ormai era solo un vago arrossamento destinato a sparire nel giro di qualche minuto. Con la serranda abbassata era impossibile sia vedere che sentire gli altri ragazzini che in piazza giocavano a pallone. Senza rendersene conto era passato di nuovo alla posizione che inverte i ruoli del sotto e del sopra. Di nuovo quell’espressione di noia e un braccio teso in avanti che terminava con un telecomando. Le figure capovolte catturavano l’attenzione di Ciccio per interi pomeriggi. Ogni giorno la stessa storia, tranne qualche rara eccezione come quel pomeriggio, le giornate passavano indisturbate. Il sole ormai era in procinto di andare a nanna.

Dopo cena. Pancia piena, forse troppo. L’ultimo pezzo di cibo ingoiato in piedi, solita andatura stanca di far niente.
Con la lingua fece una carezza a tutta l’arcata dentale superiore, un buco, lì dove doveva essere un canino da latte, la fece inciampare fermandola per una frazione di secondo. Passando a quella inferiore invece tutto filò liscio, la dentatura ormai quasi definitiva faceva scorrere la lingua come uno straccio bagnato su una superficie liscia. Tutti i piccoli rimasugli di cibo la seguirono in silenzio. Con uno sbadiglio “ippopotamico” si lasciò cadere sulla sua poltrona come un sasso nell’acqua. Prese lo scettro del potere a forma di telecomando e iniziò a dare ordini alla tv.
Le immagini scorrevano tranquille e indisturbate, dalla cucina provenivano suoni di pentole a bagno, dallo studio in fondo al lungo corridoio rumori di tastiera come pioggia su una grata accompagnavano il lavoro del padre, “per saziarti mi devo persino portare il lavoro a casa!” diceva sempre con fare scherzoso al figlio. Ciccio che ancora non sapeva neanche contarli i soldi, non ne capiva il valore effettivo, e si chiedeva cosa mai avesse da fare il papà tutte le sere davanti a quelle tabelle.
La giornata stava per terminare così, come più o meno tutte le sere. I soliti rumori, i soliti programmi in tv. Le palpebre di Ciccio sempre più innamorate iniziavano a volersi incontrare, i suoni iniziarono a diventare ovattati e le figure sfuocate. Il respiro sempre più pesante accompagnò il chiudersi degli occhi, fino a che il ragazzino cadde in un sonno profondo.
Finito di lavorare, un’ora dopo, il papà si preparò all’impresa: portare a letto il suo pargolo.
Ormai più che respiro profondo era diventato un vero e proprio rumore da trasloco. Sembrava che in sala si stesse spostando un qualche mobile, invece era il figlio che a bocca aperta mostrava il suo “canino che non c’è”. La prima parte dell’impresa, seppur complicata, era la più semplice. Cercare nei meandri della poltrona, e di Ciccio, il telecomando per mettere a nanna la tv dopo l’ennesima giornata di lavori forzati, ordinari e straordinari. Ormai l’uomo era diventato veloce, stavolta impiegò “soltanto” quattro minuti e mezzo per trovare lo scettro, con espressione sollevata pigiò deciso sul tasto “off”. Scacciò il gatto che si era accovacciato tra il morbido delle gambotte del ragazzino.
Ora iniziava il difficile, uno sbuffo motivazionale e tese le sue quattro dita non opponibili in avanti, tre colpetti sulla spalla del ragazzino, accompagnati da un “Cicciooooo” ricevettero come risposta un ruggito di naso.
Ancora i tre colpetti secchi “ehiii, dai che dobbiamo andare a dormire”. Niente. I colpetti da tre diventarono sei, seguiti da una spinta energica. Niente da fare, anche questa sera bisognava portarlo di peso. L’uomo alzò gli occhi al cielo, prese coraggio e afferrò con decisione il braccio del bambino addormentato. Con uno sforzo lo mise in piedi, come due ubriachi che si sorreggono a vicenda attraversarono il lungo corridoio di casa, passarono davanti alla cucina sulla sinistra, poi il bagno grande, con un po’ di fatica aprì la porta che divideva in due casa e corridoio.
Subito c’era la camera. Con un piede spinse la porta accostata, spalancandola. In camera il colore dominante era il blu. Gli sportelli dei mobili erano di quel colore, donando alla stanza un tocco maschile scelto da Ciccio in persona. Aveva decine e decine di giocattoli praticamente inutilizzati. Pupazzi, finti lottatori, peluche.
Ogni genere di giocattolo semi – nuovo era sistemato sulle mensole. Un’imponente struttura in vimini alta quasi due metri, divisa da sei scaffali che terminava in alto con un arco, progettata originariamente come scarpiera, era piena zeppa di omini colorati, costruzioni, giocattoli, giocattoli e giocattoli. Addirittura un secchio di soldatini verdi anni ’70 aveva ancora il sigillo di garanzia. Tutto, eccetto la play station, era ordinatissimo e nuovo.
Tante volte la mamma di Ciccio aveva provato a convincerlo a liberarsi di quegli oggetti inutilizzati “possiamo darlo a bimbi più sfortunati”, oppure più minacciosa “butto tutto e mi riprendo la scarpiera per quella che è!” o ancora “ma cosa te li ho comprati a fare se non li usi! Domani quando torni da scuola non trovi più niente!”. Nulla da fare, Ciccio allarmato e anche un po’ arrabbiato rispondeva sempre allo stesso modo: “ma cosa dici mamma! ma se fino all’altro giorno ero qui a giocare!”, e giù polemiche, fino a che la donna, spazientita, andava in cucina borbottando. Lui, joystick alla mano, prendeva posto davanti alla tv in camera e partiva con l’unico gioco che davvero riusciva a prendere la sua attenzione. Tutto ciò che non avesse uno schermo passava del tutto inosservato. Un po’ tutti stavano perdendo la pazienza.
La grande scrivania sotto l’armadio a ponte era piena di cianfrusaglie di ogni tipo.
“Domani se non sistema tutto sono affari suoi” pensò il papà mentre spingeva il figlio sù per le scalette di legno attaccate al muro. Erano gradini larghi in legno, che permettevano di salire sul letto a castello abbastanza agevolmente. Ma in due con un peso morto che poggia sulla spalla è tutto più difficile, con molta fatica alla fine riuscì a rimboccargli le coperte. Un “pffiuuu” che tradotto significava “missione compiuta” chiuse il tutto.
Prima di andarsene accese il faretto che si trovava sopra la scrivania attaccato alla parte inferiore dell’armadio. “Meno male che gli ho fatto mettere il pigiama prima di cena” pensò l’uomo mentre si chiuse la porta alle spalle, ignaro di quello che stava per succedere in camera di suo figlio quella sera …

…CONTINUA

Pubblicato da: Valerio | 9 febbraio 2010

Puntate Spuntate.

E’ un po’ che ci sto pensando.

Ebbene si, stavolta qualcosa in pentola bolle davvero. Una storia. Forse più una storiella. Ancora deve nascere, eppure già ne sono completamente preso e perso. Non pensate di ritrovarvi davanti i miei soliti racconti. Le mie riflessioni. Questa volta, come forse pochi di voi si aspettano sarà una storia fantastica! Incredibili avventure e personaggi seguiranno il nostro protagonista “Ciccio”. Nome ancora provvisorio. Sarà un racconto leggero (spero) e adattissimo (credo) anche ai più giovani.

Ebbene sì, stavolta sarà qualcosa di più di un raccontino di una pagina e mezza. Sia per lunghezza, che per intensità. Stavolta ho davvero un mezzo quadro delineato in testa. Personaggi, descrizioni, luoghi, amicizie, avventure. Tutto pian piano sta prendendo forma nei miei pensieri. Tanto che ho deciso di farlo uscire a puntate. Non ci sarà una data prefissata per le uscite. Semplicemente dividerò la storia per capitoli o avventure, una sorta di punta di puntate spuntate nella speranza che poi un giorno, tutto ciò, possa assomigliare sempre più ad una storia degna di essere chiamata libro. (Magari).

In questi giorni avevo scritto una buona prima parte, che il mio pc ha pensato bene di cancellare. Non mi sono perso d’animo e ho ricominciato a scrivere.

Non voglio illustrare la trama per non spegnere entusiasmi o interessi. Credo che nei prossimi giorni farò uscire il primo episodio. Quindi – e qui mi riferisco ai miei ‘pochissimi’ lettori accaniti – perdonatemi se non vi anticiperò niente e vi terrò sulle spine (???). Ma si! Mi piace pensare davvero che ci sia qualcuno interessato a ciò che scrivo. L’unica anticipazione che mi sento di fare è: “Cari lettori, preparatevi ad un finale, se mai ci sarà, a sorpresa!

Molte delle idee che ho in merito a questo “progettino” sono ancora soltanto poco più che bagliori nel buio. Anche se ho già iniziato a scrivere il primo capitolo molte avventure (praticamente tutte) devono ancora nascere. I ruoli dei personaggi devono ancora essere attribuiti. Alcuni personaggi sono ancora in prova. Devo vedere se effettivamente possono entrarci in una storia del genere. Una sorta di casting immaginario. Ho finalmente quella bozza di trama che cerco da mesi. E’ delicatissima. Ho anche paura che possa sfuggirmi via come l’ombra di Peter Pan. Per questo me la tengo stretta. Strizzo gli occhi. Mi piace molto pensarla, più che come all’ombra, come il pensiero felice che fa’ volare.

Che altro dire. Come l’isola. Spero che la mia “storia che non c’è” vi porti (per quei pochi minuti periodici), la’ dove bastava un po’ di polvere per far volare.

Buonanotte.

Valerio.

Pubblicato da: Valerio | 2 febbraio 2010

ImmaginAzione

Oggi camminando sul lungolago di Garda, per l’ennesima volta ho amato il riflesso del sole sull’orizzonte, tra acqua e nuvole.

Non è la prima volta che lo vedo. Eppure ogni volta quella striscia arancione che si lega al cielo, non riesce a non ricordarmi una strada.

L’incrocio tra acqua, asfalto arancione e ghiaia, è proprio lì, a due passi da me. Sarebbe ridicolo non correre su quella strada. Può sembrare impercorribile, semplicemente io la vedo molto dissestata. Non per questo da evitare.

Ultimamente le strade più difficili hanno segnato e abbellito la mia vita. Perché allora non percorrere questa striscia di asfalto e tramonto. Perché non bagnarsi i pensieri di sole e lago. Perché non abbellire la vita con immaginAzione. Quando il confine tra l’immaginare e l’azione si fonde, la vita diventa veramente bella. Sono pronto a garantire per tutti. Quando il confine più che una linea, è una sfumatura, la vita diventa unica per ognuno. Garantisco.

Sarà che anch’io fino a poco tempo fa, in un tramonto su uno specchio d’acqua, riuscivo soltanto a vedere un riflesso fastidioso di luce dispettosa, su acqua nervosa, anzi, agitata. Datemi retta. Aprite gli occhi! Come ho fatto a non vedere quella strada fantastica che porta all’orizzonte?!

Eppure fa’ di tutto per farsi notare. Eppure fa di tutto per farsi nuotare. S’illumina. Brilla. Cambia colore nell’arcobaleno di pochi minuti. Addirittura ci segue! E’ tutto qui. Vedere il mondo sotto occhi diversi è questo. E’ ascoltare ciò che da sempre ci fanno … vedere. Il tempo scorre. Sta a me fermarlo. Sta a me non credere a chi dice che non si può fare. Quanto resta FERMO nei nostri pensieri un avvenimento importante? Ecco allora. Rendere la vita, finalmente, quella che è. Un lunghissimo avvenimento. Il più importante di tutti.

Ancora una volta, ho ferma nei miei pensieri quella strada color festa. Quell’arancione cielo che riempie i polmoni attraverso gli occhi. E’ una sensazione che mi sazia e che m’impedisce di non volerne ancora. E allora mangio. Mangio ogni singolo istante di questa vita meravigliosa. Mangio ogni singolo brillante che il sole mi tira addosso. Mangio ogni metro di quella strada ormai intrapresa.

Tutto è per noi. Le meraviglie sono per noi. Si manifestano tutte insieme a una certa ora. Un tempo pensato per noi. La sera. Quando non ci dovrebbero essere scuse per non essere viste. L’impiegato esce dall’ufficio. Ogni lavoro è stato svolto. Il traffico si attenua. La maggior parte di noi è rincasata. C’è quell’arco di tempo in cui la cena non è pronta, in cui l’universo e la terra stessa, girano intorno all’uomo. Quel sole che prima non era visibile perché troppo acceso, diminuisce il proprio voltaggio e scende a farsi accarezzare dagli sguardi. Il vento si veste da brezza e bacia visi. Il cielo da monocromatico s’inventa tonalità di rosa, rosso e arancione che nessun pittore riuscirebbe mai a riprodurre. L’acqua si fa asfalto per gli occhi che percorrono la strada infuocata d’orizzonte. Tutto è a quell’ora. Quando l’uomo, teoricamente, può osservare la vita vera. Poi pian piano universo e terra capiscono che si stanno facendo belli per un appuntamento in cui loro saranno gli unici a presentarsi. Deluso il sole non trovando mani di sguardi si spegne dentro il sospiro dell’acqua, le labbra di brezza tristi, non trovando visi da baciare, piangono umidità, il cielo diventa nero di rabbia, la strada non sentendo occhi-piedi che la percorrono decide di spegnere i suoi entusiasmi di luce. Nel frattempo in una casa. Un bimbo al padre: “Papi, certo che il tempo vola proprio quando guardiamo insieme la TV vero? Fuori è già buio.” L’uomo con un sorriso risponde serio: “Eh sì… ora, però cambiamo canale che sul cinque danno il grande fratello!”.

“Assurdo!” pensano gridando all’unisono terra e universo. “Tanta fatica per nulla!”.

La luna, bianca per la delusione si volta.

Io ci sono stato. Posso assicurarlo. Io da solo sarei preso per pazzo, ma non ero solo. Avevo la mano moltiplicata per due a intreccio. Abbiamo voluto percorrere per forza quella strada di sole e acqua. Questa distesa di diamanti e cielo meritava proprio di essere vista. Quella luna così candida sembra piena di latte. La strada del ritorno è piccola e stretta. Conviene aspettare l’alba di un’autostrada per tornare a casa con la rete dei ricordi piena.

Vivi. Davvero.

Pubblicato da: Valerio | 3 gennaio 2010

Parole binarie

“Ho pensato spesso al racconto del macchinista. Mi sono affezionato subito a quell’uomo solo. Ho sempre pensato di poter e dover allargare la sua storia, di rendere il suo universo un posto un po’ più grande. Così ho cercato di avvicinare due vite che parallelamente vivono lo stesso spazio di tempo. Spero apprezzerete. Ho bisogno di continue critiche e ripetitivi consigli. Di incoraggiamenti e scoraggiamenti. Spero che queste due persone riescano a prendervi per mano e portarvi nella loro realtà.

Per facilitare la lettura ho d’istinto, tinto e distinto i due punti di vista. Buona lettura.”


Sale sul treno. Freddo che ricopre di colline la pianura della pelle. Il tempo non ha tempo per aspettare treni. L’ora è tarda, bisogna partire. Le ruote sbuffano su binari d’acciaio la loro voglia di dormire ancora un po’. Il macchinista sbuffa sui comandi la sua voglia di restare. Si chiudono le porte al sonno, le ruote si stiracchiano, il motore sbadiglia un fischio mentre svogliato parte lento. Entrambi, treno e uomo, sembrano non voler lasciare la culla della stazione. Metro dopo metro, uno acquista velocità, l’altro pensieri. Sono anni che fanno lo stesso lavoro. Le stesse manovre. Stavolta è Firenze ad aspettarli. Il treno merci sfreccia nel buio. Autoricambi. Il macchinista pensa a come si sentirebbe meglio, se fossero i suoi di pezzi ad essere cambiati. Magari cambiare quella parte di pensieri che lo inchiodano alla stazione.

La sveglia suona. La mano, come un piede dentro a una pozzanghera, si abbassa in uno schiaffo. Schizzi di silenzio in ogni direzione, sporcano la stanza. La donna sorride rassegnata. Sono anni che inizia la giornata allo stesso modo. Luna in cielo e Sole artificiale in camera. Si veste di un sospiro. Cerca chiavi di caffè. Saluta l’abbraccio dei termosifoni che spensierati e scodinzolanti ricambiano. Apre la porta ritrovandosi chiusa in una morsa di gelo. Alza il bavero a scudo contro le frecce del freddo che dove si posano lasciano brividi. Istintivamente scrolla di colpo le spalle, per farli volare via. Puntuali, mosche fastidiose tornano. Occhiolino di fanali, con un “beep” assonnato la sua auto le sbadiglia un “buongiorno” complice. Anche lei resterebbe a motore spento. Meglio partire in fretta allora, lasciando sonno e svogliatezza a dormire ancora  un po’.

Lui in testa ha sogni. Sogni che volano oltre quelle due linee d’acciaio parallele, le stesse che da sempre indirizzano i suoi viaggi e decidono della sua vita, le stesse linee che non fanno altro che aumentare la voglia di scavallarle e viaggiare davvero, senza pensieri né voglia di rimanere fermo.

Ferma al semaforo. Lo attraversa col pensiero. Vorrebbe poter riuscire a svoltare a destra. Sa’ già di non saperlo fare. Si sente inchiodata come su binari invisibili. Ogni notte, la redazione l’aspetta. Copione già letto. Dritta, 100 metri, Sinistra. Seconda a destra. Una casa rossa con gli occhi chiusi fa’ un incrocio di pensieri. Dritta ancora qualche metro, poi sulla destra ad aspettarla, la sua scrivania.

L’uomo è sempre lì, vent’anni avanti e indietro lungo un itinerario senza sorprese, definito ancora prima di essere intrapreso, che da’ soltanto l’illusione di viaggiare.

Un colpo di clacson le rovescia un bicchiere d’acqua fredda in faccia, torna in fretta al semaforo. Mette la prima in un singhiozzo di paura, la macchina parte imitandola.

Legge un giornale. Conta le stelle. Si ritrova a pensare a com’era felice il giorno dell’assunzione, adesso si vede dall’alto. Quel giorno e ora. Si sente completamente diverso e uguale a quel ragazzo …  Sì, i desideri negli occhi sono gli stessi.

Il sogno di una vita. Diventare giornalista. Ora invece avrebbe una richiesta più semplice. Le basterebbe solo un sonno. Anche senza sogno. A patto che a cullarla ci siano la luna con le stelle a rimboccare le coperte. E’ stanca di essere notte. Ama scriverlo. Cambia di poco, ma Il sogno resta lo stesso.

Vuole correre più che può per tornare prima. Le luci di una stazione passata veloce lo sfiorano appena. Riconta le stelle. Una volta anche lui era così come loro. Le stelle si sa, sono fuoco e da troppo tempo ormai sulla sua stella hanno buttato una secchiata d’acqua.

L’incendio. Spettacolo di colori forme e luci che, una volta spento, lascia soltanto cenere, freddo e distruzione. La cenere ti resta dentro, non ti fa respirare. Eppure basta una ventata per portarla via regalandola al mare, un soffio e i binari non la tengono più prigioniera.

E viaggia. Viaggia davvero …

Una scrivania. I fogli sparsi ovunque sembra che urlino il suo nome. Impossibile confondersi per chiunque. Impossibile avere il desiderio di farlo. Solo lei si rispecchia in quel caos. Se non può essere libera di scrivere quello che vuole, può avere l’illusione che il disordine liberi parole in gabbia. Caos di vento. Sembra sia passata una ventata di libertà su quella scrivania. Neanche una traccia giornalistica sembra poter imprigionare più quelle parole libere.

E scrive. Scrive davvero …

Ora passa in mezzo ad un piccolo bosco, se ne accorge appena. E’ troppo buio per vedere gli alberi, ma è troppo buio anche per non vedere la luna che dietro a queste sagome toglie la propria luce colorando di nero la cabina .Il treno fra un’ora arriverà. La testa ancora deve partire. I pensieri sono molto più pigri, ma una volta partiti viaggiano alla velocità della luce. Sono in grado di girare il mondo due volte in un secondo. Non tutti però riescono a farli partire, non è facile come far partire un treno, lì basta tirare una leva, qui bisogna mettere in moto il cuore.

La luce fredda del neon solvente, toglie il colore alla pelle. L’argomento per l’articolo è già in busta chiusa sulla sua scrivania. Le chiavi della gabbia le trova sparse su qualche ricerca  in internet. Illusione di scrivere. Illusione di aver realizzato il sogno di una vita, quando invece è prigioniero in un coma. Scrive. Da’ mandate alla serratura. Mette il punto finale, miraggio di sogno realizzato.

Il treno arriva, le ruote fischiano la voglia di fermarsi e dormire di nuovo. Il macchinista scende, punto a capo.

L’articolo è pronto. Spedisce al server centrale la sua illusione. Attende la risposta mentre L’ologramma di un arcobaleno sembra attraversare la stanza. Guarda fuori. Come in un pranzo bambino, si sporca i vestiti di volo. Andrà dopo in bagno, con un po’ d’acqua di monotonia laverà via quella traccia. Ora però lascia seccare la macchia. Vola fuori. Gira al semaforo a destra. Città di alberi, e boschi di case. E’ proprio come se l’era immaginato. Si siede all’ombra di un ciliegio e scrive. Scrive di una donna allegra che scrive. Scrive di una città persa in un bosco. Scrive che i sogni di una vita si avverano soprattutto nei sogni. La voglia e la speranza, per mano, gridano: “vola vola!” a quella donna allegra che ride e lascia cadere frasi su un prato bianco di carta.

Si ferma al solito ristorante, un piatto di pasta tra colleghi, un buon vino e poi tutti a dormire. Lui non dorme, ha paura che il sonno con il suo scorrere veloce lo faccia arrivare subito a domani a quando dovrà tornare. (La voglia di partire è uguale alla voglia di tornare una volta arrivati). Nulla. Resta sveglio, si gira su un lato, vede attraverso la finestra la stessa luna che lo ha seguito per tutto il viaggio sparire lentamente, non vuole farsi scoprire dal sole che puntuale si sta alzando.

Lui si addormenta senza accorgersene, sogna di pilotare un treno senza binari, senza itinerario e senza meta. Solo con una gran voglia di andare via. Si ferma un po’ in Messico, poco però, l’Argentina è lì gelosa che lo aspetta.

L’acqua di un “beep” ancora una volta la fa atterrare, articolo ricevuto. Macchia lavata via.

Apre gli occhi, prende il suo treno. Parte. Vola. Sorride. Buon viaggio.

Guarda dentro, prende i suoi sogni. Scrive. Vola. Sorride. Buon viaggio.

Pubblicato da: Valerio | 2 gennaio 2010

PoEsia, ProVa o ProSa

Sei il ritratto di una carezza

Sei la fotografia di un bacio

Sei il disegno di un abbraccio

Sei la catena di un istante

Sei la prigione di un uragano

Sei la replica di un secondo

Sei il respiro sott’acqua

Sei il vento fra i rami

Sei la luce di un vetro

Sei tu

Sei tutto di me.

Pubblicato da: Valerio | 27 dicembre 2009

Torno presto.

Ho 30 secondi per spiegarvi la situazione. Al momento non ho internet. Torno intorno al 2 gennaio. Vi aspetto. Anzi. Aspettatemi!!!

Pubblicato da: Valerio | 18 dicembre 2009

Ritratto di Donna (impressione di un respiro)

Mi viene in mente il mare a riva …

arRiva l’onda, torna indietro. Neanche il tempo di salutarla che subito ne arriva un’altra. E il mare, un paradiso di blu, riprende a vivere.

Notte: il mare non si vede, lo percepisco, continua ad allungarsi a riva. Arriva. Anche quando sembra addormentato, è più vivo che mai, dall’interno. Lo sento, lo ascolto, so che c’è.

Respira ancora, forse più paradiso di prima. Mi accarezza, mi bagna, mi vuole, mi prende, mi cattura, mi stringe. Resto lì, mi basta uscire a mezzo busto per capire che fuori senza di lui ci sono solo freddo, tremore, brividi e denti che battono come nocche su una porta chiusa. Non vale la pena uscire da quel respiro, che proprio quando è addormentato mi scalda di più e mi fa notare la differenza tra il dentro e il fuori. Tra due mondi.

Giorno: nuotare è un po’ come volare, vado sott’acqua e per muovermi non tocco terra. Volo in acqua e anche lì, come in aria,  mi manca il respiro. Di notte, quando il mare dorme, manca ancora di più. Volo senza sapere dove vado. Occhi aperti che imitano occhi chiusi. Il fiato manca per paura e curiosità, ed è lo stesso mare a togliermi il respiro con il suo essere indecifrabile ma incredibilmente miele.

Continua a dormire fino a che il primo raggio di sole si tuffa a svegliarlo. E mi accorgo che, anche se distrattamente, ha sempre continuato a respirare, ma soprattutto a far volare senza respiro.

Notte e Giorno. Sole e Luna, a turno vive uno e muore l’altro, uno espira l’altro inspira, lungo l’elastico delle giornate.

Volo. Di fianco a quei gabbiani sull’orizzonte di un’alba vanitosa che si trucca di rosa, abbracciato a quei delfini che saltano davanti ad un sole rosso di rabbia e sabbia che deve cedere il suo posto alla luna. Volo anche di notte, senza essere visto, illuminato soltanto da milioni di piccoli diamanti persi da chissà chi. E così il cielo respira. Giorno e notte. E giorno. E notte. E giorno. Onda dopo onda, respiro dopo respiro.

E magari è proprio così. I respiri più profondi sono quelli che non si notano, quelli che si fanno dormendo.

Peccato che la maggior parte delle volte non ci sia qualcuno a viverli appieno. Perché vivere certi respiri è come volare nel mare in cielo: toglie il fiato.

Per fortuna sono abbastanza grandi da bastare per due. Per fortuna sono abbastanza lunghi da poter essere vissuti con le orecchie, abbastanza intensi da poter essere respirati con gli occhi. Abbastanza grandi da riempire il cuore.

Pubblicato da: Valerio | 16 dicembre 2009

Il sorriso nelle mani

Scritto un po’ di mesi fa quando ancora non vedevo tutti i giorni questo sorriso. Quando ancora non sapevo com’era fatto. Quando, tra sogno e vita reale, c’erano 590 km a dividerli.TraScritto solo ora.

C’è chi per sentirsi vicino ad una persona distante guarda il mare, chi il cielo, chi le stelle. Oppure c’è chi ha foto che consuma con gli occhi. Magari sente ancora il profumo di quel ritratto d’attimo. Io, per sentire una persona vicina, scrivo. Scrivo perché nel mettere insieme le frasi mi ritrovo il suo volto davanti. Già me la immagino mentre legge queste righe completate. A volte concentrata, a volte leggera, a volte persa, a volte trovata. A volte ridendo, altre volte triste. Muovendo leggermente le labbra, come a voler vedere che effetto fanno queste parole dette da lei. Parole senza senso forse, ma lo stesso parole. Si sa, a questo mondo pochi sono razionali, ma chi è che decide cosa sia razionale? L’uomo è una creatura  della natura come tutte le altre. La natura si fa sentire ma non parla. Chi dice che le cose debbano andare per forza come l’uomo ha deciso? E se il modo corretto di camminare fosse sulle mani?

Voglio prendere il concetto di consuetudine direttamente da un libro di diritto: “La consuetudine è una fonte del diritto. Essa consiste in un comportamento costante ed uniforme, tenuto dai consociati con la convinzione che tale comportamento sia corretto e obbligatorio.”
Questo è un concetto che ho studiato in una delle prime lezioni di diritto a scuola. La più semplice forse, eppure sin da subito ne sono stato rapito. Il diritto è una materia che studia le leggi, un enorme librone di regole scritte. La consuetudine però, fregandosene delle regole, esce dagli  schemi essendo l’unica legge non scritta. “E’ un comportamento tenuto con la convinzione che sia corretto e obbligatorio”, se lo vediamo in larga scala, il mondo oltre ad essere un enorme punto di vista, è anche un enorme consuetudine. E’ consuetudine pensare che i grandi siano più maturi dei piccoli e che, per questo, debbano comandare la terra. E’ consuetudine pensare che, dopo una certa età, esista lavoro e routine. Senza vita. E’ consuetudine pensare che il matto sia matto e che il normale debba curarlo.

La natura non parla. Come diceva Pirandello “la pazzia è una forma di normalità”. Chi con assoluta certezza può affermare che i normali debbano curare i pazzi e non viceversa. Magari proprio i pazzi per la Natura sono quelli normali. Chi può affermare con estrema certezza che la mia sia una teoria assurda? E se l’uomo fosse stato designato in origine per essere pazzo? Chi stabilisce, chi debba curare chi?

Altri esempi. Vita di coppia. E’ consuetudine soprattutto lo stare insieme. Chi decide quali sono le storie normali e quelle assurde? E se l’assurdo fosse quello che per noi è normale?

Riprendo il concetto che la natura non parla, di conseguenza non può dirci quale sia la realtà.

Mi piace pensare ad esempio, per quanto riguarda persone con notevole differenza  d’età, a quando si dice: “Avrete interessi completamente diversi”. E se la natura volesse proprio questo. Se volesse  che gli interessi dell’uno andassero a integrare gli interessi mancanti dell’altro. Chi può affermare con certezza, che non sia realmente così?
Ovviamente, secondo il punto di vista del mondo sto parlando per assurdo.

Sto smontando le convinzioni della società e solo per questo probabilmente i miei pensieri passeranno per i pensieri di uno strambo che non ha tutte le rotelle  a posto. Anche io so che tutto ciò suona strano, ma già con questa ultima frase mi sento un po’ inglobato in una società che proprio non sento mia. Fatta di pregiudizi e cattiverie. Nessuno può sapere le cose in realtà come siano. Secondo me il vero uomo è chi è pronto a smontare le proprie certezze di fronte ad una bozza di idea senza sentirsi perso. Lì veramente si vede il coraggio dell’uomo. Non avere  paura del cambiamento. Dell’essere preso per pazzo. Di rimanere solo. Di sentirsi scivolare  le proprie certezze come sabbia tra pugni troppo stretti.

Con la sabbia non conta il vero uomo “macho”. La persona intelligente è chi riesce  a tenere  la mano aperta quel tanto che basta. A metà tra la morsa di un pugno soffocante e una mano troppo larga che la regala al vento. Chi pur perdendo qualche granello capisce che può contare sul resto ha veramente in pugno la propria vita.

Se il mondo è un’enorme consuetudine, se la consuetudine è soltanto la convinzione di agire correttamente e di essere obbligati a farlo, chi non può sentirsi in grado di sradicare tutto ciò?
Chi l’ha detto che qualcuno debba rinunciare a qualcosa solo perché secondo il punto di vista della società è giusto che quelle due cose o persone non si incontrino.

Facendo questo ragionamento mi viene una gran voglia di mandare a puttane la società. Senza paura di rimanere solo. Magari l’unica cosa che mi fa sentire parte integrante di questa è proprio il pensiero di volerla cambiare. Non ho la presunzione di volerla cambiare tutta magari solo la parte mia. Distruggere le consuetudini che mi circondano e vedere che nonostante ciò non mi sento perduto.

Vedere che mentre provo a buttare giù il primo mattone della consuetudine con queste poche righe, chi mi è vicino già sorride. Capire che dopo tanto cercare, anche questa sera il sorriso l’ho trovato. Nato spontaneo, senza grossi motivi. Senza consuetudini. Esce fuori più naturale che mai come riflesso incondizionato alla parola SORRISO. Vedo tutto nei minimi particolari. I bordi degli occhi che si arricciano leggermente. La bocca che si curva in una bella parentesi. Il naso che si allarga un po’. Tutto questo è sorriso. Tutto  questo mi fa stare bene. Tutto questo è il motivo che mi spinge a scrivere alle cinque di mattina, davanti ad uno schermo, i miei pensieri confusi.

L’ho cercato a lungo questa notte e finalmente l’ho trovato. Ora che è qui con me vorrei non andasse più via. Lo respiro. Ne faccio una bella boccata. Non ne tiro fuori neanche un fotogramma. E’ qualcosa che vedremo in due. Non voglio buttare questo privilegio.
Mi concentro, sorrido anch’io, chiudo gli occhi. Mando un bacio. Ne ricevo un altro. Sorrido ancora. Prendo la mano, ricevo la mano. Saluto. Devo andare. Il regno della fantasia è un mondo breve. Il tempo di un sospiro e tutto svanisce. Sorrido di nuovo. Rimetto la mano sulla tastiera. Riapro gli occhi.

Pubblicato da: Valerio | 13 dicembre 2009

Buonanotte tra cielo salato e mare di luna.

Immaginate che entrando nella stanza con lei (o lui) avete la possibilità di accendere le stelle sul soffitto, entrare in un letto coperto di mare, decidere quale luna vedere, scegliere i suoni della natura che vi circonda e addirittura spengere il sole.  Be’ immaginatelo. Io e lei, che ci crediate o no invece, possiamo farlo davvero.

E’  per questo che bisogna chiudere la porta della stanza per non far uscire questa magia unica.

Avendo tutti questi elementi sotto controllo, ho immaginato (?) quale sarebbe il manuale d’uso per una perfetta Buonanotte tra cielo salato e mare di luna:

“Aspettami immersa nel mare, metti a nanna il sole e sveglia la pelandrona, magari falle fare solo l’occhiolino,

le briciole sono già li che aspettano nel cielo, immergiti fino alle spalle sennò senti freddo, non chiamarmi altrimenti spaventi i grilli.

Chiudi il portellone o esce la magia.

Quando torno affogami di baci.”

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